lo Spazio Profondo e la Sindrome di Faramir
Scattare in Ektachrome non è la solita passeggiata domenicale con la macchina al collo, è un esercizio di attenzione. È un modo per riprendere contatto con la materia in un periodo storico in cui siamo abituati a consumare immagini a ritmi insostenibili.
C’è stato un momento, poco più di un decennio fa, in cui sembrava che la fotografia fosse destinata a staccarsi per sempre dal supporto fisico (era il 2012) I sensori stavano compiendo passi da gigante verso la pulizia assoluta del file, gli smartphone iniziavano a dominare il mercato e i social network ci stavano abituando all’idea che la post-produzione istantanea potesse sostituire la tecnica di scatto. In quel clima, in un silenzio quasi rassegnato, la Kodak fermò la produzione dell’Ektachrome.
Sembrava l’ennesima chiusura inevitabile, un’altra emulsione storica archiviata per fare spazio al progresso digitale. Un mondo in cui le fotografie esistono sotto forma di dati pronti per essere interpretati da un software. Eppure, contro molte previsioni del mercato, questa pellicola complessa e rigorosa è tornata in vita nel 20181(1) . Una vera e propria rediviva, restituita alle nostre borse fotografiche.
Ma per capire davvero cosa significhi caricare oggi un rullino di Kodak Ektachrome E100, dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Dobbiamo allontanarci per un attimo dalla flessibilità del sensore, dimenticare i margini di recupero del file RAW e addentrarci nella storia recente dei fotografi, nelle dinamiche industriali e in una delle fotografie più importanti del Novecento.
La Sindrome di Faramir e il Lutto per la Kodachrome

Chi scatta in analogico ha spesso un debole per la nostalgia. E in questo pantheon del ricordo, la Kodachrome occupa da sempre il posto d’onore. Quando la Kodachrome è uscita di produzione — complice il suo complesso e insostenibile sviluppo K-14 — la community fotografica ha reagito un po’ come Denethor ne Il Signore degli Anelli: ci siamo disperati per la fine di un’era, rifiutandoci di guardare oltre, accecati dalla perdita del figlio prediletto, Boromir. E nel farlo, non ci siamo accorti di chi avevamo ancora al nostro fianco.
Perché l’Ektachrome è sempre stata Faramir. Il fratello minore, un passo indietro, ingiustamente oscurato. Se frequentate i forum di fotografia, lo vedete: lo sguardo rassegnato di Faramir che cerca l’approvazione di un padre concentrato altrove. Mentre la Kodachrome si prendeva le copertine, la fama e le canzoni di Paul Simon, l’Ektachrome faceva il lavoro di precisione. Era la spina dorsale dei reportage geografici del National Geographic, della documentazione scientifica e medica, della fotografia naturalistica ad alto contrasto.
Eppure, veniva spesso liquidata dai puristi come un’emulsione troppo “fredda” o “clinica”. Noi fotografi abbiamo guardato i nostri rulli di Ektachrome dandoli quasi per scontati, convinti che non avessero lo stesso fascino romantico.
Siamo stati un po’ miopi. Non abbiamo capito il reale potenziale dell’Ektachrome finché non l’abbiamo vista sparire dai cataloghi. La cosa bella di questa pellicola è che, nonostante tutto, è tornata. La Kodak ha riformulato l’emulsione e ce l’ha restituita, offrendoci l’unica vera pellicola a colori professionale ancora in grado di restituirci un positivo diretto ad alta fedeltà.
Un Miracolo Industriale al Buio
C’è una differenza tecnica fondamentale che ha segnato il percorso di queste due pellicole. La Kodachrome richiedeva un processo in cui i colori venivano aggiunti strato per strato durante lo sviluppo. L’Ektachrome, invece, porta i copulanti colore già dentro di sé, pronti a essere attivati dal ben più accessibile processo E-62.
Per dare il giusto peso a questo supporto, bisogna ricordarsi come viene prodotto. Non parliamo di microchip stampati in stanze asettiche. Parliamo di fotochimica industriale.
Negli stabilimenti di Rochester, immensi macchinari stendono simultaneamente decine di strati microscopici di alogenuro d’argento, copulanti e gelatine su una striscia di supporto che viaggia a grande velocità. L’aspetto più affascinante è che questo processo nanometrico avviene nel buio totale. I tecnici controllano la linea di produzione affidandosi all’esperienza e ai visori a infrarossi, per produrre un materiale spesso quanto una frazione di un capello umano che avrà il compito di registrare la luce. Quello che carichiamo in macchina è materia viva, chimica pura.
Tolleranza Zero: La Legge della Diapositiva
Con l’Ektachrome, però, le regole del gioco cambiano. Se decidete di usarla, dovete essere precisi. Questa pellicola ha un margine di tolleranza all’esposizione decisamente stretto (per i più tecnici, vi invito a spulciare i grafici nella scheda tecnica ufficiale di Kodak3).
Chi è abituato a scattare in negativo colore — che sia una Kodak Gold o una Portra — sa bene quanto queste pellicole perdonino gli errori. Sbagliate l’esposizione di due stop? La latitudine di posa del negativo assorbe l’eccesso di luce, e in fase di scansione si recupera quasi tutto.
L’Ektachrome è una pellicola invertibile. Ciò che inquadrate e misurate è ciò che ottenete, senza paracadute. Il margine di errore spesso è inferiore al mezzo stop. Le alte luci sono il punto critico: se sovraesponete per distrazione, il cielo si trasforma in una macchia trasparente, perdendo ogni dettaglio irrimediabilmente. Se sottoesponete senza calcolo, le ombre si chiudono in neri densi e impenetrabili.
Questo supporto ti costringe ad alzare l’asticella. Ti obbliga a usare l’esposimetro spot, a decidere con precisione dove far cadere i bianchi e a studiare il contrasto della scena prima di scattare. L’Ektachrome richiede presenza mentale. È l’essenza della fotografia ragionata.
La Pratica: Gli 80 ISO e il Filtro 812
La teoria è importante, ma la pratica sul campo lo è di più. L’Ektachrome ha un suo carattere specifico e, per gestirla al meglio, serve qualche accortezza.
Ha una spiccata tendenza verso le temperature fredde. In giornate nuvolose o in ombra aperta, i toni scivolano facilmente verso il blu e il ciano. Se nel digitale basta correggere il bilanciamento del bianco in post-produzione, in analogico la correzione si fa in ripresa. Molti fotografi scelgono di avvitare sull’obiettivo un filtro Tiffen 8124. Questo vetro color pesca neutro aggiunge quel tocco di calore necessario a bilanciare la scena nel momento stesso dello scatto, restituendo controllo e naturalezza all’incarnato e all’ambiente.
C’è poi la questione dell’esposizione. L’Ektachrome moderna ha una resa diversa rispetto alle storiche diapositive della concorrenza. Molti di noi, per aprire leggermente le ombre senza sacrificare troppo le alte luci, preferiscono impostare l’esposimetro su 80 ISO anziché sui 100 nominali.
È una sovraesposizione di un terzo di stop che questa pellicola assorbe benissimo. Le alte luci rimangono brillanti ma sotto controllo, mentre le zone d’ombra respirano, restituendo sfumature inaspettate per un positivo. È un rischio calcolato, un piccolo trucco che si impara consumando rullini.
Il celebre fotografo Tom Kelley, nel 1949, realizzò i famosi scatti di una giovane Marilyn Monroe in posa su un drappo di velluto rosso. Il capolavoro visivo fu reso possibile dall’uso magistrale della pellicola Kodak Ektachrome: questa scelta tecnica permise a Kelley di ottenere un contrasto cromatico eccezionale, catturando la calda morbidezza della pelle di Marilyn contro il rosso intenso e saturo del tessuto, definendo così una nuova estetica del colore nella fotografia dell’epoca. l’Ektachrome (rispetto al Kodachrome) permetteva ai fotografi commerciali come Kelley uno sviluppo più rapido e una resa dei colori più audace, perfetta per le copertine dei calendari e delle riviste di quel decennio. (Cliccando sulla foto vedrete i suoi scatti)

La Fedeltà Assoluta e l’Eredità Spaziale
Ma perché impegnarsi tanto con una pellicola così esigente? Perché quando azzecchi l’esposizione, il risultato è ineguagliabile. L’E100 ha una grana finissima e un micro-contrasto che regala all’immagine una tridimensionalità unica. I toni freddi e la saturazione controllata offrono una resa che nessun preset digitale riesce a replicare con la stessa naturalezza.
Non è una questione estetica, è una questione di fedeltà documentale. Per capire la vocazione di questa pellicola, basta ricordare cosa accadde il 7 dicembre 1972.
L’equipaggio dell’Apollo 17 è in viaggio verso la Luna. A circa 29.000 chilometri dalla Terra, l’astronauta Harrison Schmitt impugna la sua Hasselblad 500 EL. Una macchina meccanica, modificata per l’uso nello spazio, dotata di lenti Zeiss e senza alcun ausilio elettronico moderno.
Nel magazzino c’è pellicola Kodak Ektachrome da 70mm.
(NASA/JSC: La celebre “Blue Marble”, scattata dall’equipaggio dell’Apollo 17. Questo è il risultato puro dell’Ektachrome nello spazio profondo.)

Schmitt guarda la Terra dal finestrino e scatta la celebre “Blue Marble5“. La NASA non portò in orbita la Kodachrome. Non cercava interpretazioni pittoriche o toni caldi. Cercava la realtà. Il nero assoluto dello spazio doveva essere nero, l’azzurro degli oceani misurabile e il bianco delle nuvole fedele. Quell’immagine, che ha cambiato la nostra percezione del pianeta, è il risultato della precisione chimica dell’Ektachrome.
Un’Assicurazione sui Ricordi
Lasciando lo spazio e tornando alla fotografia di tutti i giorni, l’Ektachrome mi ha insegnato una lezione molto pratica. Ho iniziato a scattarla per pura curiosità verso le invertibili, ma ho capito in fretta che questa pellicola rappresenta la mia migliore assicurazione sui ricordi.
Facendo il fotografo di mestiere, passo intere giornate davanti al monitor a selezionare e post-produrre le foto dei clienti. Quando si tratta delle mie foto personali, di famiglia o di viaggio, la voglia di rimettermi davanti a un software spesso viene a mancare. Il risultato? Hard disk pieni di file RAW che mi riprometto di sistemare ma che, di fatto, non riguardo quasi mai.
Come abbiamo detto in precedenza dopotutto soffriamo di quel fenomeno che gli psicologi cognitivi hanno iniziato a studiare a fondo, la cosiddetta “Snapshot Amnesia” o amnesia fotografica6: deleghiamo il ricordo a un supporto invisibile, lo affidiamo al cloud e, nel farlo, ce ne dimentichiamo.
La diapositiva risolve il problema alla radice. Non essendo elastica, ti obbliga a pensare prima di scattare. Scegli l’inquadratura, misuri la luce, scatti. Ed è finita lì.
Quando il rullino torna dal laboratorio, il lavoro è fatto. Non devo sistemare le luci, non devo bilanciare il bianco. La fotografia è fisicamente lì, stampata sull’argento. So che tra trent’anni non dovrò preoccuparmi di aggiornamenti software, codec non supportati o abbonamenti cloud scaduti. Basterà prendere quel telaietto e metterlo contro la luce di una finestra per rivedere esattamente quel momento.
Il Tavolo Luminoso, il Proiettore e l’Immagine Tangibile
La gratificazione più grande dell’Ektachrome sta proprio nell’esperienza fisica. Escludere il monitor del computer dal processo fotografico cambia la percezione del proprio lavoro.

Ritirare le diapositive sviluppate, accendere un tavolo luminoso e appoggiarci sopra il lentino ottico è un piccolo rito. Non c’è un negativo arancione da interpretare, c’è l’immagine finale, definita, brillante e densa.
Oppure, per chi vuole vivere l’esperienza completa: montare le singole pose nei telaietti dedicati, inserirle nel caricatore di un proiettore per diapositive, spegnere la luce e ascoltare il meccanismo di scatto mentre l’immagine si materializza sulla parete. È pura luce che attraversa una pellicola, non un calcolo matematico di pixel. È un’esperienza analogica e concreta.
Caricare un rullino di Ektachrome E100 significa prendersi del tempo. Misurare la luce con cura, calibrare l’esposizione, accettare il rischio di sbagliare per ottenere un’immagine che non ha bisogno di correzioni. Significa tenere tra le mani una fotografia che è materia, luce e chimica, e che durerà nel tempo.
Buona luce e, come sempre, ci vediamo al prossimo sviluppo.
Note e Fonti
- Kodak Ektachrome is Back: Shipping Starts Today (PetaPixel, 2018) ↩︎
- Processo E-6 per lo sviluppo di pellicole invertibili a colori (Wikipedia) ↩︎
- Scheda tecnica ufficiale Kodak Professional Ektachrome Film E100 (Kodak Alaris) ↩︎
- Filtro Tiffen 812 Warming Filter (Sito Ufficiale Tiffen) ↩︎
- The Blue Marble from Apollo 17 (NASA Earth Observatory) ↩︎
- “Scattare tante foto ci aiuta a ricordare o compromette la nostra capacità mnemonica?”, Emma Magnus (National Geographic) ↩︎

Pochi giorni fa, nell’aprile 2026, l’equipaggio della missione Artemis II ha scattato una nuova, storica fotografia della Terra dallo spazio profondo, battezzata “Hello World”. È stata realizzata con una reflex digitale, una solida e rodata Nikon D5. Appena la NASA ha pubblicato l’immagine, sui social è esplosa una polemica feroce e, per chi mastica fotografia, a tratti esilarante.
Gli utenti hanno affiancato la nuova foto digitale all’iconica Blue Marble del 1972. Il verdetto della rete è stato impietoso e confuso: la Terra del 2026 sembra grigia, spenta, piatta e quasi “sporca”. Qualcuno ha gridato ai danni dell’inquinamento globale, altri si sono spinti a rispolverare le vecchie teorie del complotto sui falsi allunaggi, sostenendo che l’immagine di Apollo 17 fosse palesemente finta perché “troppo bella”.
La realtà dei fatti, invece, è puramente tecnica e ci riporta al cuore della differenza tra i due supporti. La Blue Marbleoriginale in Ektachrome fu scattata in piena luce solare (f/11, 1/250s), restituendo quei blu densi, quei verdi tattili e quei bianchi scolpiti che si sono impressi per sempre nella nostra memoria ecologica. L’immagine della Nikon D5, al contrario, ha inquadrato l’emisfero terrestre notturno, illuminato unicamente dalla flebile luce lunare. Per riuscire a registrare qualcosa nel buio siderale, gli astronauti hanno dovuto spingere il sensore a limiti inimmaginabili per la pellicola: 51.200 ISO a 1/4 di secondo di esposizione a f/4.
Il risultato digitale di Hello World è, senza dubbio, un miracolo scientifico per l’acquisizione estrema dei dati (si scorgono persino i bagliori delle aurore boreali e la luce zodiacale). Esteticamente, però, è un file piatto, rumoroso e cromaticamente slavato. È la dimostrazione perfetta di un concetto chiave: il digitale moderno, concepito per estrarre chirurgicamente ogni singolo dato visibile al buio, produce un file che è l’equivalente di un foglio di calcolo neutro. L’Ektachrome, con i suoi limiti e la sua intransigenza alla luce, non si limitava a contare i fotoni, ma creava volume, tridimensionalità ed emozione.

