Cronache di un Hard Disk Corrotto
C’è un periodo della mia vita, intorno al 2005, che la mia memoria tratta come un hard disk caduto dal terzo piano: i settori sono danneggiati, la testina salta, e quello che ne esce sono frammenti confusi di file corrotti. Ero a metà del terzo liceo, impantanato in una strada che non mi piaceva e da un futuro che prometteva solo noia e uffici grigi.
Ma in quel vuoto pneumatico, dove l’unica prospettiva era il fallimento scolastico, accadde qualcosa di totalmente illogico. Mentre il mondo intero sbavava per la rivoluzione digitale, mentre i pixel iniziavano la loro marcia trionfale verso il dominio globale, io decisi di comprare un pezzo di ferro vecchio. Non ricordo come ci arrivai. Probabilmente, a forza di guardare film di guerra, mi ero convinto che le macchine vere dovessero pesare come un mattone e fare un rumore metallico quando scattavano.

Mio padre, forse nel tentativo disperato di vedere una luce nei miei occhi che non fosse il riflesso della televisione, mi portò da un famoso rivenditore di Viterbo. Uscii da lì con una Canon AE-1, un 28mm, un 135mm, un flash e un duplicatore di focale. C’era tutto. Sembravo un fotoreporter pronto per il fronte, ma ero solo un sedicenne che non sapeva la differenza tra diaframma e tempo. Comprai su eBay un volume della Kodak grosso come una Bibbia (perché YouTube non c’era, e se volevi imparare qualcosa dovevi sudare sulla carta) e iniziai a scattare.
I risultati? Mediocri. Dozzine di fotogrammi Kodak Gold sprecati a fotografare il nulla, inquadrature storte, esposizioni cannate. Ma in quel fallimento c’era qualcosa di vivo. C’ero io.
I.La Scuola, i Cacciaviti e la “Medicina dell’Anima”
La scuola, nel frattempo, presentò il conto. Mi bocciarono. Non una, ma due volte. L’alternativa allo studio era il nulla, così mi iscrissi a una scuola professionale per grafici a Viterbo. Fu una scelta obbligata, ma si rivelò la mia salvezza. Oltre alla fotografia si studiava grafica, semiotica, psicologia e finalmente si usavano parecchio le mani. Per la prima volta andavo a scuola felice.
Nel suo Shop Class as Soulcraft, Crawford sostiene che il sistema educativo moderno ci spinge verso un’astrazione alienante, allontanandoci dalla soddisfazione concreta del “fare”. Al Liceo per esempio la matematica era un’entità astratta che sembrava creata apposta per torturarmi. Ma con la fotografia, improvvisamente, i numeri divennero reali: Il tempo di esposizione era una frazione, il diaframma una divisione. Capii la matematica perché mi serviva per ottenere un risultato tangibile. Fu come scoprire finalmente a cosa servissero i cacciaviti dopo aver passato anni a fissare delle viti senza capire come girarle.
Si chiama “agency”, la capacità di vedere l’effetto diretto delle proprie azioni sul mondo. Ecco, la fotografia analogica mi diede quella agency. Sviluppare un rullino non era un’opinione; se sbagliavi la temperatura, il negativo era vuoto. La realtà non mentiva.
Per la prima volta entrai in una camera oscura. Se ne parlava già come di una roba da antiquari, utile solo per capire le icone di Photoshop (lo strumento scherma/brucia, per intenderci), ma io me ne innamorai. C’era puzza di acido acetico, c’era buio, c’era silenzio. Era un rifugio. Cercai di costruirne una a casa dei miei, ma mancava sempre l’ingrediente fondamentale per i sogni di un adolescente: i soldi. Scattai alcuni Ilford in bianco e nero, rullini che sono rimasti a dormire in qualche scatola per anni, come mine inesplose in attesa del momento giusto.

II. sulle Navi da Crociera
Dopo il diploma nel 2010, come tutti, caddi nella trappola. Mi ammalai della febbre digitale. Comprai una Canon 350d, un pezzo di plastica che faceva “bip” quando metteva a fuoco, e iniziai a fare da assistente ai matrimoni. Il picco della mia carriera analogica fino a quel momento era stato portarmi una vecchia Fed2 sovietica (copia Leica) a Firenze, dove mi ero iscritto al DAMS, (Un altro binario morto come il liceo) vantandomi di saper sviluppare e stampare, atteggiandomi a grande artista incompreso, ignorando che nel mondo reale c’era gente che lo faceva davvero, e meglio di me.
Poi, il vuoto. Lasciai Firenze e finii a fare il fotografo sulle navi da crociera. Ero un tappo di sughero in un oceano di turisti, buffet infiniti e foto in posa con finti capitani. Era l’antitesi della Qualità di cui parla Pirsig. Era pura quantità. Migliaia di scatti a sera, sorrisi di plastica, flash sparati in faccia.
Tornato a terra, ero svuotato. Non volevo più saperne. La fotografia era si diventata un lavoro, ma un lavoro brutto. La frustrazione di dover rincorrere un mercato che ogni anno decretava obsoleta la tua attrezzatura e il tipo di clienti che cercavano un giovane fotografo solo perché incapaci di dar forma alle proprie astrazioni progettuali (…e naturalmente ai loro prezzi) mi convinse a cambiare rotta.
Per sette anni ho fatto l’agricoltore. Ho guidato trattori, ho sporcato le mani di terra lontano dal mouse. Ho vissuto un po’ come un eremita lontano da clienti e richieste. Scattavo saltuariamente qualche matrimonio solo perché lo sapevo fare. La passione si era spenta, soffocata dalla burocrazia della vita adulta. Mi piace ancora l’agricoltura perché c’è parecchia “Agency”: inizi a lavorare un campo la mattina a metà giornata ti volti e vedi che è diverso da quando hai iniziato.
III. Il Guardiano Notturno e l’Algoritmo Santo
Poi arrivò il Covid, e con esso il silenzio. Per arrotondare, iniziai a lavorare come guardiano notturno.
Da solo, in una guardiola deserta, di notte, con il solo ronzio di un computer e lo schermo del telefono a farmi compagnia. È in quelle notti insonni, tra un giro di ronda e l’ennesimo caffè, che l’algoritmo di YouTube ebbe un momento di santità. Invece di propormi video di gattini o l’ultima recensione di una mirrorless da 5000 euro, iniziò a mostrarmi i canali giusti. Canali di persone che parlavano di fotografia come non ne sentivo parlare da anni. Non parlavano di pixel, di autofocus predittivo o di “content creation”. Parlavano di progetti. Parlavano di autori. Parlavano di pellicola.

Fu come se quel Crawford mi avesse tirato uno schiaffo attraverso lo schermo. Mi resi conto che mi mancava la “lotta con la materia”. Il lavoro di guardiano era un astrazione: sorvegliavo qualcosa che non accadeva mai. Il digitale era astrazione: file che non esistevano se non quando accendevi il computer.
Avevo bisogno di tornare a fare cose vere.
A differenza di 14 anni prima, ora avevo due cose: un po’ di soldi e spazio. Riaprii la mia attività, ma questa volta alle mie condizioni. Reinventai lo studio. Acquistai un ingranditore Durst 609 e mi chiusi in camera oscura. Sviluppai quei rullini Ilford che erano rimasti fermi per 14 anni.
Vedere quelle immagini apparire nella bacinella, fantasmi di un passato lontano che tornavano a salutarmi, fu un’esperienza mistica. Era pura Qualità Dinamica. Era la prova che il passato non muore, se lo hai fissato su argento.
IV. Vietnam: La Teoria della Manutenzione della Motocicletta applicata alla Nikon
È stato un periodo di rinascita creativa furiosa. Ho ripreso a portare la macchina sempre con me. E ho realizzato un vecchio sogno, anche se in modo diverso: fare il reporter in Vietnam.
Non ci sono andato con l’ultima mirrorless digitale. Ho portato in Vietnam le mie Nikon F con gli obiettivi pre-AI. Ho voluto raccontare il Vietnam di oggi con gli stessi, identici strumenti meccanici che ne raccontarono il conflitto cinquant’anni fa.
Perché? Per quello che definiamo “l’attenzione focalizzata”.
Quando scatti con una Nikon F in mezzo al caldo umido del sud-est asiatico, non puoi essere un turista distratto. La macchina è pesante, è un blocco di metallo e vetro. Non ha automatismi. Se sbagli l’esposizione, non c’è un software che ti salva recuperando le ombre. Devi essere lì.
Questo è il superamento del dualismo soggetto-oggetto di cui parla Pirsig. Non c’è “io” e “la fotocamera”. C’è un sistema unico che respira, suda e guarda. La fatica fisica di usare quello strumento mi ha connesso con la realtà del luogo in un modo che nessuna fotocamera digitale avrebbe potuto fare. Ogni scatto era una decisione, un’assunzione di responsabilità.

V. Il Mercato delle Scatole Vuote e la Resistenza del 2026
Oggi, nel 2026, la mia pratica vive su due binari paralleli. Uso il digitale perché devo campare. Ma la mia anima vive nell’analogico.
Dallo studio vedo passare tanti giovani. Ragazzi nati con l’iPhone in mano, che non hanno mai visto un negativo in vita loro (e avvolte mi rendo conto che probabilmente non sono comparsi mai in nessun negativo), ma che ora cercano fotocamere meccaniche. Confrontano pellicole, cercano su eBay. Magari non vanno oltre l’usa e getta Kodak ma sono curiosi.
Forse hanno fame di realtà. Forse hanno fame di Soulcraft. Sono stufi di un mondo dove tutto è facile, immediato e dimenticabile. Vogliono la difficoltà, perché forse intuiscono che nella difficoltà c’è il valore.
Purtroppo, il mercato risponde come al solito male: la Pentax 17? Un giocattolo. Il risultato di quando si dà troppo retta ai genietti del marketing che pensano che “analogico” significhi solo “filtro vintage”. La verità è amara: produrre oggi una Nikon F2, con quella meccanica di precisione, con quella tolleranza zero, costerebbe quanto un’operazione spaziale.
Viviamo, in un’epoca di “scatole vuote”. Non siamo più tornati sulla Luna perché abbiamo perso la capacità di costruire i razzi Saturn V, e forse abbiamo perso la capacità di costruire fotocamere che durino cent’anni.
Ma non tutto è perduto. Anzi. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Il mondo è pieno di macchine fotografiche analogiche usate che costavano milioni di lire e che oggi, con un po’ di manutenzione (Zen!), sono pronte a macinare ancora chilometri. E abbiamo strumenti ibridi incredibili: software come Negative Lab Pro ci permettono di sviluppare i negativi e portarli nel mondo digitale mantenendo intatta la grana, l’imperfezione, l’anima. Possiamo vivere l’analogico dalla “camera chiara”.
La Verità non è nei Dati
Cosa ci insegnano, alla fine, Pirsig, Crawford e un ex guardiano notturno che ha ritrovato se stesso in una camera oscura?
Ci insegnano che la Qualità è una questione di presenza.
Nel libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, Pirsig introduce il concetto di Qualità come evento che precede la divisione intellettuale del mondo. Nel 2026, mentre la fotografia digitale è pura “quantità” (scatti infiniti, cloud illimitati, post-produzione AI), l’analogico è l’ultimo baluardo della Qualità. Il collegamento è la peace of mind. La manutenzione della motocicletta non serve solo a far correre la moto, serve a far stare bene il motociclista. Allo stesso modo, caricare un rullino, misurare la luce a mano, attendere lo sviluppo, non serve solo a produrre una foto.
Serve a produrre un fotografo.
In un mondo di deepfake e immagini sintetiche, il negativo è un’ancora. È la prova che siamo stati lì. È la prova che la luce ci ha toccato.
C’è una dignità profonda nel lavoro manuale, nel confrontarsi con la resistenza degli oggetti fisici. Scattare in analogico oggi è un esercizio di “Soulcraft”: è curare la propria anima attraverso la cura del processo.
Non è nostalgia. È sopravvivenza. E se qualcuno vi dice che siete pazzi a spendere soldi per dei rullini nel 2026, voi rispondetegli come farebbe il Drugo: “Questa è la tua opinione, bello”.
E continuate a scattare.


