Kodachrome
They give us those nice bright colors
Give us the greens of summers
Makes you think all the world’s a sunny day, oh yeah
I got a Nikon camera
I love to take a photograph
So mama, don’t take my Kodachrome away!!!
— Paul Simon
Esistono tecnologie che non si limitano a registrare la realtà, ma ne plasmano la mitologia.
Se il Novecento ha un colore, quel colore è il Kodachrome. Non era solo una pellicola fotografica; era un patto con l’eternità, un portale fisico verso i nostri ricordi più cari. Ma per capire davvero perché questa striscia di poliestere abbia definito un’epoca, dobbiamo guardare oltre l’obiettivo e riscoprire il rito che l’ha accompagnata: la “giostra” della memoria.
I Musicisti Alchimisti: Una Nascita Fuori dagli Schemi
La storia della Kodachrome non inizia in un asettico laboratorio di chimica, ma in una sala cinematografica di New York nel 1917. Due giovani studenti di musica, Leopold Mannes (pianista) e Leopold Godowsky Jr. (violinista), uscirono dalla proiezione di un film a colori talmente delusi dalla qualità visiva da decidere che avrebbero “fatto di meglio”. Erano due outsider forse convinti che la scienza del colore avesse bisogno di un orecchio assoluto, non solo di un occhio allenato.

Soprannominati “i Leopold”, i due iniziarono a sperimentare nella cucina di casa, lavorando spesso al buio totale per anni e usando la musica come guida metodologica: si racconta che cronometrassero la durata esatta dei passaggi nei bagni chimici fischiettando o canticchiando temi di sinfonie di Brahms o Beethoven. Quando la Kodak li assunse nel 1930, portarono con sé questa sensibilità artistica, trasformando la chimica in una partitura millimetrica. Il risultato, lanciato nel 1935, fu la prima pellicola a colori di successo di massa. Quello che avevamo tra le mani non era solo chimica, ma una sinfonia visiva: un ritmo cromatico intrappolato nel supporto fisico.
La Scienza del “Quasi” Bianco e Nero
Ciò che rendeva la Kodachrome tecnicamente superiore a ogni concorrente è stato un paradosso affascinante: la pellicola vergine non conteneva pigmenti colorati. Era, essenzialmente, una pellicola in bianco e nero a tre strati sovrapposti. I colori venivano aggiunti solo durante il leggendario e segretissimo processo di sviluppo definito K-14.
Questo metodo “a sottrazione” permetteva di mantenere gli strati della pellicola incredibilmente sottili, garantendo una nitidezza e una risoluzione che nessun altro supporto poteva eguagliare. Ma c’era un prezzo: lo sviluppo richiedeva macchinari enormi e una precisione termica maniacale. Da qui nacque il celebre rituale della busta gialla: scattavi le tue 36 pose e le affidavi alle poste in direzione dei laboratori. L’attesa diventava parte del vissuto. Tempo dopo, ricevevi a casa una scatolina gialla piena di “gioielli” di luce: le tue diapositive (Per i più giovani, immaginate letteralmente poter tenere in mano un file, un icona di cui puoi vedere il contenuto semplicemente guardandoci dentro). L’attesa non era un limite tecnologico, ma un valore psicologico: dava peso a ogni fotogramma, trasformando lo scatto in un investimento emotivo.

Don Draper, in Mad Men, ne diede la definizione definitiva:
“La nostalgia è delicata, ma potente… In greco, ‘nostalgia’ significa letteralmente il dolore da una vecchia ferita. È una fitta nel cuore, molto più potente della sola memoria.”
Imponeva una presenza fisica.
C’era l’odore dell’ozono della lampada calda, il ronzio della ventola e quel “clic” meccanico, secco e autoritario.
Il Paradosso della Memoria: Emma Magnus e la “Snapshot Amnesia”
Vorrei collegarmi a un punto dolente della nostra modernità, trattato da Emma Magnus sul numero di dicembre 2025 di National Geographic. L’articolo, “Scattare tante foto ci aiuta a ricordare o compromette la nostra capacità mnemonica?”, analizza il “Cognitive Offloading” 1: la tendenza del cervello a delegare la memoria ai dispositivi.
Se scattiamo compulsivamente trenta foto a un tramonto, stiamo dicendo alla mente: “Ci pensa il cloud”. Questo crea quello che Magnus definisce un “cimitero digitale”. Accumuliamo miliardi di foto, ma la nostra capacità di richiamare i momenti diminuisce. È la “Foto-Amnesia”: possediamo il file, ma abbiamo perso il ricordo sensoriale. La Kodachrome oggi sarebbe un buon antidoto: il limite delle 36 pose agiva come un filtro. Ogni scatto richiedeva un’analisi: “Vale la pena?”. Quell’esitazione era il momento in cui il cervello codificava l’esperienza. Scattare con intenzione significa essere presenti; scattare a raffica spesso significa essere assenti dalla propria vita.
Testimone della Storia
La Kodachrome ha documentato l’Hindenburg, l’assassinio di Kennedy e la conquista dell’Everest. Persino la geografia le deve un tributo: il Kodachrome Basin State Park nello Utah porta il nome del marchio commerciale. Ma perché le diapositive originali di Jane Goodall o la “Ragazza Afghana” di McCurry ci sembrano più “vere” della realtà?

potete vedere altri scatti di questa serie cliccando sulla foto, comprese le KodakChrome con gli appunti sui telai.
Il segreto è nel colore. Scientificamente, la Kodachrome non registrava la luce così com’era, ma la saturava nei punti in cui l’occhio umano è evolutivamente più sensibile2, come i rossi profondi e i verdi foresta. Nelle foto della Goodall per il National Geographic3 , i verdi non sono solo colori: sono densità umida, sono “tattili”.
Sentimentalmente, la Kodachrome ci “dice la verità” perché fotografa come ricorda il cervello. La memoria non è un file RAW neutro; è un processo emotivo che esaspera i contrasti dei momenti significativi. Paul Simon cantava “Makes you think all the world’s a sunny day”: la Kodachrome eliminava il grigio dell’ordinario. E’ stata la migliore perché progettata per risuonare con la nostra biologia:
È una menzogna onesta: la realtà elevata a ricordo prima ancora di essere dimenticata.
Gli ultimi sviluppi.
Il 30 dicembre 2010, il laboratorio Dwayne’s Photo in Kansas4 ha sviluppato l’ultimo rullino di Kodachrome, che era stato affidato a Steve McCurry. Ma vorrei ricordare un altro romantico (e costoso) sviluppo di questa pellicola proprio nello stesso laboratorio:
Quello di Jim DeNike, che amava cosi tanto la KodakChrome che sembra sia stata l’unica pellicola che caricasse sulla sua Canon F1. Finche a un certo punto intorno al 1999 non riusciva più a sostenere contemporaneamente l’acquisto e lo sviluppo e rinunciando a quest’ultimo accumulò quasi 1600 pellicole. Nel giugno 2009, quando Kodak annunciò che avrebbe gradualmente eliminato la Kodachrome Jim capì che lo sviluppo avrebbe presto seguito la stessa sorte.
Il Dwayne’s Photo Service, che era a questo punto l’ultimo laboratorio rimasto al mondo a trattare la Kodachrome, annunciò come termine ultimo il 31 dicembre 2010. Era l’ultima chance per sviluppare quelle pellicole. A Ottobre 2010 parti quindi da casa in Arkansas per Parsons, un viaggio di circa 400 chilometri, e con un investimento di quasi 16.000 dollari li fece sviluppare tutti. Lavorando per la Union Pacific aveva scattato la storia dell’evoluzione ferroviaria americana durante la sua carriera per la compagnia.
“Ho la storia tra le mani, ho foto di treni a vapore e del treno della torcia olimpica della Union Pacific (per le Olimpiadi del 1996). Ho un sacco di materiale che nel frattempo è stato demolito, ridipinto o venduto. È un mondo completamente diverso rispetto a quando ho iniziato a scattare. Saremo tutti degli storici, alla fine”5. Non era follia, ma un salvataggio archeologico, un gesto d’amore per il proprio lavoro e la fotografia.
Con questa pellicola si è chiusa un’era chimica, ma si è aperto il tempo della resistenza. Oggi, chi sceglie l’analogico non deve farlo per tornare indietro, ma per riappropriarsi di una verità materica che sfida l’obsolescenza dei server e nel prossimo articolo vi introdurrò alla sorellina Ektachrome, che al contrario è in ottima salute.
Conclusione: Un Oggetto contro il Bit
La Kodachrome ci affascina perché è un oggetto fisico. Mentre i file digitali risiedono in cloud invisibili, una diapositiva è un reperto tangibile che dura 100 anni. Riguardarla ci ricorda che la fotografia è chimica, attesa e anche quella “vecchia ferita” chiamata nostalgia. Come suggerisce Emma Magnus, per salvare la memoria dobbiamo tornare a scattare con consapevolezza.
La Kodachrome è morta, ma la sua lezione di fermare il tempo con rispetto e non con avidità deve essere una bussola in questo oceano di bit, e i suoi colori saranno per sempre i colori con i quali pensiamo al ‘900.
PS: Tra i tanti media che hanno trattato l’argomento sarebbe stato un peccato non citare il film “KodakChrome” con Ed Harris, che se non fosse per una scena irritante di un saluto funebre fatto di flash sarebbe un buon film.
- https://www.nationalgeographic.com/health/article/digital-smartphone-cameras-memory ↩︎
- https://www.science.org/content/article/you-can-thank-your-fruit-hunting-ancestors-your-color-vision ↩︎
- https://www.nationalgeographic.com/animals/article/iconic-photos-jane-goodall-chimpanzees ↩︎
- https://www.corriere.it/scienze/10_dicembre_30/ultima-pellicola-kodachrome_819915b0-13fc-11e0-96ea-00144f02aabc.shtml ↩︎
- https://www.pbase.com/image/132547017 ↩︎


